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Estratti da una pubblicazione a cura di Sergio Ribet, Pastore Valdese a Pomaretto - Val Germanasca (To), membro del Comitato Esecutivo dell'Associazione (aprile 2004). La pubblicazione originale in versione integrale è disponibile qui in formato Adobe Acrobat Portable Document Format (2 pagine, 192 KB, .pdf)
Circa quindici anni fa nel nostro microcosmo del pinerolese vivevamo due tendenze contrapposte.
Da un lato, soprattutto in Val Pellice, per una serie di congiunture favorevoli (non parliamo di astri, ma di persone che avevano lavorato molto e seriamente) si era vissuta un'epoca di forte integrazione di servizi, nella sanità, nell'assistenza, nel sociale, che aveva coinvolto enti pubblici, iniziative private e di volontariato, le chiese (in Val Pellice, cattolici e valdesi, ma non solo: per esempio in zona sono di casa anche assemblee di "fratelli" ed Esercito della Salvezza), le persone.
D'altro lato sembrava, in una seconda cintura torinese, ancora vivibile, abbastanza verde, con una popolazione in continuo invecchiamento, che l'unica risposta possibile alla crescita di età media e percentuale fosse quella istituzionale.
Pareva non ci si rendesse conto di un giro vizioso: più si presta attenzione alla casa di riposo, al ricovero, al rifugio (e nonostante gli sforzi di rendere questi luoghi più umani, anzi forse proprio per una conseguenza non voluta di questo impegno), più si attira, si risucchia, verso una regione che ha un certo fascino residenziale, un numero crescente di anziani. Prima attivi, poi autosufficienti, poi quasi autosufficienti, e poi... sempre meno.
Dapprima in pochi, poi a poco a poco in molti, si cominciò a riflettere su questa contraddizione. Si cominciò a dire quello che tutti sapevano ma che si stentava a dire. La casa di riposo non può essere "casa mia". Può essere un'ultima risposta, tentate tutte le altre vie; e la via principale si andava definendo, soprattutto in termini di domiciliarità.
Non si trattava di una parola magica: era la sintesi di un'esperienza e di una riflessione sull'esperienza. La persona umana, come e più di ogni animale dei campi, dei boschi, perfino dei deserti, ha bisogno di un suo habitat, di un suo spazio, di un suo territorio, esterno e interno, del suo giaciglio-tana-covo-grotta-tetto, del suo spazio per vivere i propri bisogni primari, costruire il suo quadro affettivo, fabbricare i suoi sogni, leccarsi le sue ferite.
In una società complessa questo non accade spontaneamente, occorre integrare i vari pezzi di vita, le varie professionalità, coordinare le risorse, senza dimenticare la singola persona, ognuna ad un tempo forte e fragile, abile ma allo stesso tempo diversamente abile, tassello di un intarsio sociale ma allo stesso tempo persona sola in momenti decisivi della vita.
Domiciliarità, quindi, anche come necessità di elaborare per ogni persona un progetto vivibile di vita, specie per colui o colei che si trova in un momento specifico, o in una costante situazione, di bisogno, di dipendenza grande o piccola dagli altri, a volte prossimo, a volte inferno.
Sulla base di questa riflessione, e di molte, variopinte esperienze nasceva "La Bottega del Possibile", il 24 gennaio del 1994. [...]
Senza ridurre il progetto de "La Bottega del Possibile" ad iniziativa di una sola persona [...], è giusto dire che chi ha fatto da motore per l'avvio dell'Associazione e l'ha guidata con quel tanto di entusiasmo necessario a dare fiducia e con quel tanto di realismo necessario per essere efficienti è stata e continua ad essere Mariena Scassellati Galetti.
Intorno al progetto hanno lavorato e lavorano operatori di tutti i campi e le provenienze possibili. Assistenti sociali, adest, infermieri/e, medici, educatori/trici, liberi professionisti, responsabili di enti pubblici e privati, insegnanti ed educatori, esperti in vari campi, preti cattolici e pastori protestanti, ma anche programmatori, cineasti, segretarie, pensionate e casalinghe...
L'Associazione è autenticamente aperta a tutti [...] Per la sua stessa natura ha bisogno di apporti pluridisciplinari, di integrazione di esperienze e di culture. [...] L'obiettivo centrale dell'Associazione è quello di costruire una cultura di domiciliarità. [...]
La situazione in dieci anni è cambiata. Oggi molti parlano di domiciliarità (anche chi non ha nessuna intenzione di farla crescere). Globalmente non tanto il termine, ma l'idea, il progetto, la filosofia della domiciliarità ha raggiunto una diffusione e una accettazione inimmaginabile fino a poco tempo fa. Tuttavia: molto resta da fare.
Molte volte ci viene richiesto se "facciamo" domiciliarità, e quando rispondiamo che facciamo (o cerchiamo di fare) cultura della domiciliarità sentiamo una delusione nell'interlocutore. Il bisogno urgente, reale, fa dimenticare che per venire incontro al bisogno occorre una cultura, non basta mettere pezze senza una visione d'insieme!
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